Altro che Bitcoin, bonifici cifrati, conti esteri e valigette piene di contanti. In Puglia esisteva già un metodo corruttivo decisamente meno rintracciabile e rischioso. In quella terra di sole, mare, vento e squallida mentalità levantina, che favorisce i pochi a discapito di molti, la corruzione non aveva l’odore tipico dei contanti, ma il profumo inconfondibile di un mercato del pesce alle cinque del mattino, quando arriva il pescato fresco. Lì la legge non era uguale per tutti: era a favore di chi arrivava col pesce più pregiato.
I tribunali e i palazzi del potere politico sembravano pescherie, non istituzioni. I favori, le sentenze, gli appalti si pesavano sulla bilancia fra le triglie e qualche cozza pelosa. Il sistema non possedeva neppure la “dignità del Grande Crimine”, ci si vendeva per un peccato di gola, una cassetta di pesce e un paio di cafonissime bottiglie di champagne. Una corruzione da veri e propri pezzenti che però ha umiliato una Regione intera trasformandola in una barzelletta gastronomica.
In una città di pietra chiara sospesa sul mare, dove una cattedrale tra un tribunale e un porticciolo vigila sull’acqua e la bellezza, per i pescatori occorreva regalare una busta con pesce di paranza per evitare verbali o, peggio ancora, un arresto per “resistenza”. Si svendeva la dignità della divisa, per qualche calamaro o una spigola, come in una specie di medioevo moderno.
Ma il massimo livello di pensierino ittico lo si raggiungeva quando il gioco si faceva duro. Ad esempio, se occorreva un dissequestro di beni oppure occorreva fare un favore ad un sorvegliato speciale, non bastava più una cassetta di pesce azzurro, occorreva il lusso. E quindi aragoste, salmone, caviale e champagne di livello. I giudici, eroi indefessi di questa storia, insieme al pesce, ricevevano dagli avvocati dei corruttori, le sentenze già scritte e pronte, occorreva solo firmarle.
Immaginate la scena:
Avvocato: “Per il mio cliente vorrei un’assoluzione con contorno di dissequestro beni! Ho già scritto io stesso la sentenza!”.
Giudice: “Benissimo, fai due casse di spigole e un chilo di caviale. E la sentenza te la firmo subito!”.
Davanti a certe situazioni, ci si aspetterebbero corruzioni da mille e una notte, Rolex d’oro, vacanze da sogno in omaggio, e invece bastavano solo scampi e gamberi, neanche il costo di un cenone per la Vigilia.
La cosa più disgustosa non era il reato in sé, era la miseria morale con cui veniva commesso. Ma il vero capolavoro, quello che avrebbe dovuto far sprofondare l’intera classe dirigente dalla vergogna e dall’indignazione pubblica era il doppiopesismo. Se eri un povero cristo in divisa, ti processavano per anni, ti rovinavano la carriera e la vita per una presunta cesta di pesce che forse non avevi nemmeno mai visto. Ti trattavano come un appestato. Ma se eri un Pezzo Grosso della politica o della magistratura? Ah, beh, allora tutto cambiava. Accettare cassette di “cozze pelose”, spigoloni e astici da imprenditori interessati diventava “cortesia istituzionale”. Diventava una goliardata. “Non mi dimetto per un po’ di pesce”, dicevano, nonostante quel po’ di pesce riempisse un’intera vasca da bagno. Avevano trasformato la corruzione in “pugliesissimo omaggio alla tradizione”.
E non solo gli imprenditori ricevevano appalti, ma la loro prole spesso finiva perfino nelle giunte politiche. Capolavoro, maestria assoluta.
In quel sistema marcio, il pesce non era solo la merce di scambio, era la metafora perfetta. Il pesce puzzava sempre dalla testa. E lì la testa era chi doveva controllare, chi doveva amministrare, chi doveva dare l’esempio e invece aspettava con l’acquolina in bocca che arrivasse la barca in porto.
Non era mafia, era peggio. Era accattonaggio istituzionale. Era la dimostrazione che in certi uffici il Codice Penale, la Costituzione, le leggi, l’etica e la morale, venivano usate solo per incartare le alici. Vergogna.
E i pugliesi? Mentre la loro terra veniva venduta al mercato ittico, erano troppo impegnati altrove. Troppo occupati a scannarsi per il calcio di provincia, a ingozzarsi di focaccia unta impastata con grano straniero cancerogeno, a ruttare birra ghiacciata in spiaggia e, soprattutto, in tempi recenti, a inondare i social media con l’hashtag #Puglia.
Buon anno nuovo, stronzi.
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