Ovvero: come seppellire settecentotrentuno anni di storia sotto una colata di cemento burocratico, navette fantasma e porchetta di Ariccia… Diario allucinato dal ventre molle della Murgia.
La Fiera di San Giorgio l’ho vissuta. Ci sono cresciuto dentro. Ci andavo da bambino con la famiglia, da ragazzo con gli amici, da adulto per abitudine e per amore. Ci andavo perché era aprile e aprile a Gravina significava quello: la fiera. Come Natale significava il presepe e agosto significava il mare. Non era una scelta. Era un fatto biologico.
E già quando ero lì, già quando ci mettevo piede con le mie gambe, sentivo che qualcosa stava cedendo. Padiglioni sempre più tristi. Espositori sempre meno. Stand che l’anno prima erano pieni e l’anno dopo erano vuoti. La sensazione di camminare in un corpo che si stava svuotando dall’interno. Come un frutto che fuori sembra buono ma dentro è già marcio. Ricordo la gente che si accalcava alla fermata della navetta senza un addetto, senza una barriera, senza un segno qualsiasi di organizzazione. Ricordo una persona disabile abbandonata dal bus in mezzo a un parcheggio. Ricordo la faccia di mio padre che scuoteva la testa e diceva: non è più come prima. E non era più come prima. Non lo era già allora.
Ma il momento in cui ho capito che la fiera era clinicamente morta è stato quando ho visto la porchetta di Ariccia.
La porchetta di Ariccia. Alla Fiera di San Giorgio. A Gravina in Puglia. Nel cuore della Murgia. Nella campionaria regionale che per sette secoli ha rappresentato il commercio e l’agricoltura di questa terra. Porchetta laziale. Salsicce di Norcia. Arrosticini abruzzesi. Roba che con la Puglia non c’entra niente. Zero. Come mettere un kimono alla Statua della Libertà.
Gravina ha il Pallone e il Fallone, formaggi dal nome simile ma dalla natura diversa che rappresentano il territorio in una maniera pazzesca: la stagionatura e la freschezza e la maestria di chi li produce. Ha la focaccia. Ha il pane cotto nel forno a legna. Ha i latticini freschi, le carni fresche e stagionate. Ha l’agnello, le salsicce col finocchietto fresca e secca, la “pezzentella”, e tanto altro, forse, troppo. Ha la Verdeca DOC, che in teoria si chiama Gravina DOC, il vino bianco che porta il nome della nostra terra perché “Verdeca” fu “rubato” prima dai salentini. Ha le erbe selvatiche, il finocchietto, il cardo spinoso. Ha un patrimonio agroalimentare che metà delle regioni italiane se lo sognano. E alla fiera ti vendono la porchetta di Ariccia. È come se alla Oktoberfest servissero gli spritz, e addio birra. È un insulto al territorio, alla storia, ai contadini che per settecento anni hanno portato i loro prodotti sulla prateria di San Giorgio. È un insulto alla Verdeca. E tu, stronzo amministratore comunale o organizzatore esterno di una Fiera Storica, la Verdeca non la insulti.
Poi sono andato via. Ho attraversato l’oceano. Mi sono messo a ottomila chilometri di distanza. E la distanza, si sa, fa due cose: rende tutto più nitido e tutto più insopportabile allo stesso tempo. Come un bisturi che non puoi usare perché il paziente è su un altro continente.
Da qui, dalla Georgia, ogni aprile ricevo i bollettini di guerra. Messaggi, vocali, foto, sfoghi. E ogni anno è peggio. Ogni anno il racconto è più desolante di quello precedente. È una discesa nella follia. Una spirale che gira sempre nella stessa direzione: verso il fondo.
Mi dicono che i padiglioni sono vuoti. Non pochi espositori: vuoti. Aria e neon. Mi dicono che la gente entra, fa un giro di dieci minuti, e se ne va. Mi dicono che sembra una sagra di paese, un mercato rionale del giovedì, tutto tranne che una fiera con sette secoli di storia. Mi dicono che ogni anno peggio. E me lo dicono dal 2017. Otto anni consecutivi di caduta libera senza paracadute.
Ma i fatti non sono solo racconti di amici. Sono documenti pubblici. E i documenti raccontano una storia ancora più allucinante di qualsiasi vocale WhatsApp.
Febbraio 1294. Carlo II d’Angiò firma un Regio Decreto. Esiste ancora, nei Registri Angioini. Concede a Gravina il privilegio di una fiera franca nella prateria di San Giorgio. Giovanni di Monfort, signore di Gravina, ne è il patrocinatore. Confermata nel 1436 da Alfonso I d’Aragona a Francesco Orsini. Ribadita dalla Camera della Summaria nel 1634. Sancita da Ferdinando II di Borbone nel 1854. Sette secoli di continuità documentata. Sopravvissuta a tutto: Angioini, Aragonesi, Borboni, terremoti, peste, brigantaggio, due guerre mondiali, fascismo, Repubblica. A tutto tranne che alle amministrazioni comunali di Gravina in Puglia.
Nel 2017, interrogazioni formali sulle procedure di gara. Rinvii. Risposte che non convincono. Nel 2018, bilancio in rosso, pubblicato solo su richiesta dei consiglieri. L’assessore delegato si dichiara non coinvolto. Nel 2019, chi governa ammette che le ultime due edizioni non erano all’altezza. Il pubblico fischia alla cerimonia di chiusura. Un consigliere regionale scrive un pezzo il cui titolo dice tutto: sette anni per distruggere sette secoli di tradizioni. Pubblico, protocollato, mai smentito nella sostanza. Nessuno risponde. A Gravina non si risponde mai. MAI. Non importa chi sia al timone (o al trimone).
Nel 2020 arriva il Covid. La fiera si ferma. E non torna né nel 2021 né nel 2022. Tre anni di buio. Una fiera che aveva resistito alla peste nera e al terremoto del 1456 si ferma perché nessuno invia un modulo alla Regione. Perché è questo il fatto: quando arriva la nuova amministrazione, la fiera non risulta nemmeno nel calendario regionale. La domanda annuale di inserimento non era stata inviata. La spiegazione ufficiale parla di equivoci e di mancati solleciti. La situazione viene risolta. Ma il fatto resta.
Nel 2023 la fiera torna. L’intento dichiarato: riportarla ai fasti di un tempo. Frase bellissima. La pronuncia ogni amministrazione da vent’anni. Come un mantra che non funziona, ma lo ripeti perché non sai fare altro.
E arriviamo al 2025. La 731ª edizione. A febbraio viene avviata una procedura negoziata per l’organizzazione. Budget: circa 250.000 euro. Entro la scadenza arriva una sola offerta. Una. Per la fiera più antica d’Italia. In una regione dove i consorzi spuntano come funghi. Una sola offerta. Questo numero è la radiografia di un corpo morto.
Il PD denuncia padiglioni vuoti e l’assenza di pianificazione. Forza Italia, dello stesso schieramento della maggioranza, pubblica un comunicato di disappunto. Quando la tua stessa parte politica ti sconfessa sulla fiera, non è un segnale. È il necrologio. Il primo cittadino risulta assente nei momenti chiave, presente solo alla consegna simbolica delle chiavi, in occasione della chiusura. Il gesto perfetto: arrivi quando è finito tutto, sorridi, parli di successo e poi te ne vai.
E la fiera non ha mai avuto un ente fiera. Mai. In 731 anni. Nessuna struttura permanente. Ogni anno si ricomincia da zero. Ogni anno si improvvisa. A febbraio 2025, la giunta delibera l’avvio di uno studio di fattibilità per la costituzione di un ente giuridico. Uno studio di fattibilità. Nel 2025. Per una fiera del 1294. Il PD chiede se lo studio sia proseguito. Risposta non pervenuta.
E tutto questo accade mentre Gravina si candida a Capitale Italiana della Cultura 2028. Si candida, va a Roma, si siede davanti alla commissione ministeriale nella Sala Spadolini, e perde. Male. Perché in audizione succede esattamente quello che succede alla fiera: arrivano con la retorica e senza i contenuti.
La commissaria Piacentini chiede al delegato alla cultura una cosa semplice, concreta, l’unica domanda che conta: quali risultati economici e occupazionali vi aspettate da questo progetto? Risposta testuale, registrata, pubblica: “Per quanto riguarda le ricadute economiche, pensiamo che queste possano essere una reale conseguenza di quello che andiamo a fare, però al momento non siamo attenti a questo.” Non siamo attenti a questo. In una candidatura che vale un milione di euro dal Ministero e un piano pluriennale dichiarato di quaranta milioni. Non siete attenti alle ricadute economiche. Ma allora a cosa siete attenti? Ai mandorli?
Il professor Baia Curioni fa una domanda chirurgica: qual è il rapporto tra Gravina e Matera? Perché Gravina dopo Matera? Convinceteci che questa sequenza è ottimale per l’Italia. La risposta parla di “paradigma della quadrupla elica”, di “humus fertile”, di “contraddizioni comuni.” Nessun dato. Nessun progetto concreto. Nessuna cifra. Il paradigma della quadrupla elica. Davanti a una commissione tecnica del Ministero della Cultura. È come rispondere a un esame di ingegneria con una poesia.
E intanto l’ex sindaco di Matera, seduto lì a fare il testimonial, recita il suo monologo: “La Murgia è radioattiva.” “Ho accompagnato Vittorio Storaro tra le balze rocciose.” “Solo qui ho avuto tumulti di creatività.” “È un luogo omerico nei suoi colori e biblico nella sua forza.” “Questo è quello che ci rende potenti e indomabili.” Retorica pura. Zero dati. Zero progetti. Zero cifre. Parla come se fosse al Festival della Letteratura, non davanti a una commissione che deve decidere dove mettere un milione di euro. E nessuno, in tutta la delegazione, ha il coraggio di interromperlo e dire: grazie gentilissimo, bellissimo, ma adesso parliamo di cultura, programmazione, logistica ed infrastrutture.
Perché le infrastrutture non ci sono. Il teatro principale è chiuso da trent’anni. Il cinema più grande della provincia, il Centrone, duemila posti, stile liberty, è abbandonato e visitato dagli urbexer come fosse Chernobyl. L’ultimo cinema rimasto, il Sidion, ha chiuso nel 2023. Gravina nel 2026 ha un solo teatro privato, il Vida. Nessun cinema. Zero infrastrutture culturali pubbliche. E con questa dotazione si candidano a Capitale della Cultura d’Italia.
Ma il momento più rivelatore dell’intera audizione è quando una studentessa legge un discorso che qualcuno le ha scritto con il tono di un manifesto d’altri tempi: “Vogliamo essere la primavera sacra che porta nel mondo la legge, la scienza, le arti e i mestieri.” “Saremo la nuova Magna Grecia perché vogliamo vivere da eroi.” “Noi vogliamo essere indimenticabili.” “Vogliamo che le epoche che verranno guardando a noi dovranno chiedersi come abbiamo fatto.” Come avete fatto cosa, esattamente? Come avete fatto a chiudere due teatri, perdere 187 residenti all’anno e organizzare la fiera più antica d’Italia con la porchetta di Ariccia nei padiglioni?
Poi arriva il turno degli imprenditori locali e spiegano che a Gravina c’è un “movimento di pensiero” chiamato Murgia Valley, nato da imprenditori che fanno le camminate la domenica. Camminate la domenica. Contro l’emorragia demografica del Mezzogiorno. Contro la fuga dei cervelli. Contro lo spopolamento. Camminate. La domenica.
Gravina perde. Vince Ancona. E la cosa più tragica non è la sconfitta. La cosa più tragica è che a Gravina nessuno sembra aver capito perché hanno perso. Continuano a parlare di radici al futuro e di memoria attiva. Continuano a organizzare la fiera con una sola offerta pervenuta e con i padiglioni vuoti. Continuano a mandare il primo cittadino solo per la consegna delle chiavi. E continuano a vendere la porchetta di Ariccia al posto del Pallone di Gravina.
Io sto qui, dall’altra parte dell’oceano, e ogni aprile apro il telefono sapendo già cosa troverò. L’ennesimo vocale dell’ennesimo amico che mi dice la stessa cosa con parole diverse. La stessa rabbia. La stessa vergogna. La stessa frase finale che ormai è diventata un ritornello funebre: ogni anno peggio.
Nella sua versione più bella, la fiera era una distesa immensa gremita di bestiame, uno schioppettìo di fruste, un intreccio di dialetti, bicchieri di Verdeca e catene d’argento al sole di aprile. Le mura non bastavano. Si alzavano baracche fuori dalle porte. Gravina si apriva al mondo, e il mondo veniva a Gravina.
Potrebbe ancora venire. Con il Pallone, il Pane di Altamura, la Burrata di Andria, la Verdeca DOC, le carni della Murgia, le erbe selvatiche, il Parco dell’Alta Murgia i progetti seri e concreti, non le chiacchiere. Con un ente fiera vero e una programmazione culturale, economica, di sviluppo che dura dodici mesi e ad aprile culmina. Ma per questo serve l’unica cosa che manca ormai da troppo temlo: la volontà di trattare la storica fiera di Gravina come un patrimonio e non come una voce di bilancio da riempire con la porchetta di qualcun altro.
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