CRONACHE DI UN ORGASMO SPORTIVO.
Seduto su un divano, ricevo una notifica di una notizia-flash. “Italia nuovamente fuori dai mondiali”. Sapete cosa ho fatto? Ho riso. Come un dannato, come un pazzo che balla sotto la pioggia, come un ubriaco che ruota attorno ad un palo mentre crede che sia il mondo a girare attorno a lui e non lui a delirare contro un palo.
Ve lo devo dire, con la brutalità che merita questa situazione, godo. Godo con la ferocia di chi ha guardato per vent’anni un sistema marcio, quello calcistico, fingersi vivo, un carrozzone di burocrati con vestiti di alta sartoria e gel nei capelli che vivono perennemente con le mani nella marmellata e che hanno spolpato il calcio italiano fino all’osso. E nonostante questo hanno avuto il coraggio criminale di fare la faccia sorpresa quando la carcassa si è definitivamente decomposta.
L’Italia è fuori dai mondiali da oltre quattromila giorni. Sarebbe un numero da mettere di fronte alla sede della FIGC e da far vedere ai ragazzini Italiani che non giocheranno mai in Serie A, e meno che meno in Nazionale. Perché al loro posto ci sono stranieri mediocri, con il passaporto giusto. Perché prendere gli stranieri…in fondo costa meno. E i club, con la lungimiranza di un tossico davanti all’ultima dose, hanno obbedito con entusiasmo a queste logiche.
Nel momento in cui ci sono soltanto tre italiani su dieci in campo nella massima serie del proprio Paese, è il momento in cui andrebbe chiuso tutto, mandati tutti a casa, iniziata una rivoluzione a ferro e fuoco. Immaginate di andare in un ristorante italiano in Italia e scoprire che 7 piatti su 10 sono stranieri. Probabilmente vi girerebbero un pochino le palle, e invece per il mondo calcistico italiano fatto di oscuri dirigenti, vecchi calciatori ormai infiacchiti, faccendieri e panzoni vari, tutto questo va bene. Perché tanto, alla fine, tutto si risolve con un paio di dimissioni, i soliti proclami, le solite chiacchiere. Non cambia mai nulla, e se qualcosa cambia, cambia in peggio.
Accendo un sigaro e invece di farmi un sangue cattivo, mi godo il momento e rifletto su come nessuno sia sorpreso, come al solito. Non è sorpreso Gattuso, che ha fatto quel che poteva con quei quattro scarsoni che aveva a disposizione. Non è sorpreso Gravina (vedete come certi nomi tornano sempre?) che ancora siede imperterrito su quella poltrona che forse, e dico forse, lascerà dopo la valanga di critiche che sta ricevendo.
Mentre tiro una boccata dal sigaro e scrivo queste chiacchiere dopo un bicchiere di Johnnie Walker Blue Label, credo che sia doveroso dirvi che la mia gioia non è puro sadismo né cinismo da quattro soldi. Non si tratta di Schadenfreude, cioè quella gioia meschina che prova chi gode delle disgrazie altrui. Si tratta di gioia POLITICA, anzi STRUTTURALE. La mia è la gioia di uno che vede crollare certi muri che, in realtà, erano da abbattere decenni fa.
Finché l’Italia sculava, come nell’ultimo Europeo vinto (immeritatamente), tutto andava bene e il sistema, ricolmo di incompetenti, sopravviveva. Nel frattempo, si andava avanti senza timore, a tutto vapore, col decreto crescita. Per chi non sa cosa sia questo benedetto Decreto Crescita, è un decreto che nel 2019 ha introdotto importanti facilitazioni fiscali per l’ingaggio di calciatori professionisti provenienti dall’estero.
I vivai per i ragazzi italiani? Chi se ne frega, costano e non rendono subito! La formazione calcistica? Ma quella è roba da tedeschi; noi abbiamo il talento naturale, noi abbiamo la tradizione. Cadiamo sempre su questa maledetta trappola della tradizione, del talento che sopperisce ad ogni forma di formazione, nel calcio, nella politica, nel ambito del lavoro, ovunque…
Bella parola la tradizione. Ma sai che cos’è diventata la tradizione italiana? Un vecchio vestito di tutto punto che balla un valzer in una sala vuota. Perfino la Norvegia ci ha asfaltati, quel paese che il pallone non sapeva nemmeno che cosa fosse. I norvegesi hanno fatto una cosa rivoluzionaria: hanno investito nei loro giovani, li hanno messi in campo, li hanno fatti giocare.
Noi no. Abbiamo comprato dall’estero, abbiamo importato, abbiamo riempito le rose dei club di giocatori che non potranno mai vestire l’azzurro. Poi ci meravigliamo se alla fine delle qualificazioni torniamo a casa sconfitti e con il culo che assomiglia a quello di un macaco.
Ma il bello deve ancora arrivare. Il bello è il DOPO.
Calcagno dell’Assocalciatori esce col comunicato. Propone di destinare una quota dei diritti televisivi al minutaggio degli italiani. Bellissimo, Calcagno. Peccato che lo fai ADESSO, dopo che la casa è bruciata fino alle fondamenta. È come installare l’antifurto dopo che i ladri ti hanno portato via anche il bidet. E a chi la proponi?
Al ministro Abodi. Che risponderà con un comunicato, al quale risponderà un altro comunicato, al quale risponderà un tavolo tecnico, in un loop infinito che produce l’unica cosa che questa gente sa produrre: il NIENTE.
Me ne verso un altro bicchiere perché adesso dico la cosa che brucia più del whisky: il calcio italiano non è un caso isolato. Il calcio italiano È l’Italia. La miniatura fedele di un Paese che funziona esattamente così. Incompetenza senza pause, senza vergogna, senza conseguenze. Mai una conseguenza. MAI.
E guadagnano tutti. Il presidente della Federazione, i dirigenti delle Leghe, i procuratori…quelli poi GUADAGNANO OSCENAMENTE, avvoltoi che spostano carne da un club all’altro intascando percentuali che farebbero impallidire Sor Savino Capogreco. E se non sapete chi sia, non possiamo essere amici, siete sul blog sbagliato, andate a fare in culo anche voi che leggete.
Il Johnnie Walker è finito. Il sigaro pure. L’Italia calcistica era finita da un pezzo; la Repubblica Italiana è sulla buona strada.
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