Cronache di un’infamia digitale nella Gravina che ride quando sei vivo e finge di piangere quando sei morto
Pinuccio è morto. E i parassiti hanno fatto ciò che sanno fare meglio: trasformare anche la morte in contenuto.
Lo conoscevamo tutti, Pinuccio. Stava sempre in giro. In pineta. Dietro al Gallery. Nel centro storico. Tra i vicoli, i gradini, gli angoli dove Gravina si fa vedere per quella che è davvero: capace di salutarti, di nominarti, di riconoscerti, di darti cinquanta centesimi di euro, ma non abbastanza umana da proteggerti. Giuseppe Bellocchio, cinquantanove anni, disabile, povero, solo. Andava al distributore a comprare le sigarette per i clienti della città vecchia, tornava con il pacchetto e il resto preciso, e la mancia la lasciava al buon cuore. Non la pretendeva mai. Mostrava i tatuaggi di Jim Morrison e di Bob Marley sull’avambraccio a chiunque gli desse cinque minuti. Raccontava le scene dei film di Bud Spencer e di Bruce Lee col sorriso di un bambino che ha deciso che quello, proprio quello, era il suo paradiso.
E mentre lui era lì fuori, vivo, vero, esposto al sole e al freddo e agli sguardi, c’era una pagina Facebook di merda che metteva la sua immagine al pubblico ludibrio.
Questa pagina esisteva davvero. Anzi, esiste ancora. Si chiama “Pam Pumè.” Pubblicava. Incollava la sua faccia ovunque. Lo appiccicava su Joker, su Trump, sul Papa, su 007, su qualsiasi cazzata la cultura pop sfornasse quella settimana. Non un episodio. Non una leggerezza. Non una sciocchezza isolata. Una pratica. Un metodo. Una piccola industria locale dell’umiliazione. Centinaia di meme. Centinaia di fotomontaggi. La faccia di un uomo che non poteva difendersi, usata come carta igienica digitale da una banda di sciacalli da tastiera, cialtroni col Wi‑Fi, pagliacci da fogna, falliti morali senza talento e senza vergogna, che, per sentirsi vivi, dovevano usare una persona vera come carburante delle loro squallide risate. Non era satira. Non era affetto. Non era folklore. Era bullismo digitale di branco travestito da goliardia paesana. Era un accanimento sistematico contro chi non aveva le risorse cognitive, economiche, sociali per restituire il colpo. Era la cosa più vile che una comunità potesse fare: ridere dell’ultimo degli ultimi e dichiarare che si trattasse solo di uno scherzo.
E la cosa che devasta di più è questa: Pinuccio, molto probabilmente, non sapeva nemmeno davvero cosa stessero facendo con la sua immagine. Non sapeva dell’archivio, della serialità, della scala di quella lurida catena di montaggio. E probabilmente neppure la sua famiglia lo sapeva. Perché la piazza vera, quella di pietra, quella dove Pinuccio camminava ogni giorno, almeno ti costringe a guardare in faccia l’uomo che stai umiliando e deridendo. Internet no. Internet ti permette di tirare pietre da dietro una tenda, di ridere in gruppo, di sentirti forte perché sei tanti contro uno che non sa nemmeno che esisti.
Poi arriva la morte. E questi vermi fanno il capolavoro.
31 marzo. La stessa pagina, la stessa cloaca, la stessa banda di parassiti coi pollici sporchi di like, pubblica il tributo commosso. Il salutino struggente. Il paradiso generato dall’intelligenza artificiale: Pinuccio tra le nuvole con Jim Morrison, Bob Marley e Bruce Lee. L’ultimo meme. L’ultima profanazione. L’ultimo fotomontaggio della serie, identico ai precedenti, con l’unica differenza che, stavolta, bisogna fingere di piangere invece di ridere. Cinquecento like. Novantasei condivisioni. La macchina funziona anche da morto. Forse funziona MEGLIO da morto.
“Ci mancherai amico nostro.”
No, bastardi. Non vi mancherà l’uomo. Vi mancherà il contenuto. Vi mancherà il pupazzo. Vi mancherà la faccia da riciclare per la prossima puttanata. Questo vi mancherà. L’uomo non l’avete visto mai. Avete visto solo la sua spendibilità.
E accanto a loro, a lucidare tutto, arrivano puntuali i tributi di chi Pinuccio, molto probabilmente, lo evitava, cambiando strada se lo vedeva. Hanno sprecato fiumi di inchiostro, digitale anche quello, con penne da sagrestia, per consegnare al pubblico una finta commozione. Questa pagina viene citata senza nessun contesto. Nessuna parola sui centinaia di meme che ha generato. Nessuna menzione degli anni di scherno. Zero. La pagina che per anni ha costruito la propria identità prendendo per il culo un uomo disabile viene citata come fonte di cordoglio ufficiale.
Il tributo postumo dei predatori viene riportato per intero, con reverenza, come se fosse un comunicato del Presidente della Repubblica. Pinuccio diventa “simbolo,” “leggenda gravinese,” monumento folkloristico — mai una volta “vittima,” mai una volta “persona.” E le immagini AI vengono descritte come “immagini di addio create dai concittadini.” Create. Dai concittadini. Come fossero affreschi votivi e non l’ennesimo prodotto della stessa macchina che per anni ha macinato la dignità di un uomo per sfornare engagement. Parole di cordoglio come un servizio di lavanderia: si entra sporchi, si esce puliti.
E poi, ciliegina sulla torta, il GoFundMe. Cinquemila euro sfondati in poche ore per il funerale di un uomo che in vita non aveva i soldi per comprarsi le sigarette. Dove eravate quando era vivo? Eravate a pubblicare meme a ridere di lui. Eravate a condividere. Eravate a scrivere “AHAHAH” sotto l’ennesima immagine di Pinuccio, ora trasformato in Bruce Lee, ora in Papa, ora in agente segreto.
A questo punto lo dico, senza mezzi termini: stronzi, non avete il diritto di piangerlo. Non avete il diritto di intestarvi il cordoglio dopo aver amministrato la derisione. Non potete fare i becchini sentimentali dopo essere stati gli scemi del villaggio con Photoshop. Non potete dire “riposa in pace” dopo averlo preso per il culo per anni. Non potete generare paradisi artificiali per un uomo a cui avete costruito un inferno digitale.
Pinuccio non era un personaggio. Non era un simbolo. Non era una leggenda. Non era un format. Era una persona. E il modo in cui l’avete usato vi condanna più di qualsiasi insulto che io possa rivolgervi.
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