L’unico evento che scuote l’anima non sono le Passioni di Cristo riprodotte da attori. È la Messa.
Gravina in Puglia, Pasqua 2026. Monsignor Giuseppe Russo alza il calice nella concattedrale. “Nell’ascolto della Parola e nello spezzare il pane.” Semplice. Devastante. Duemila anni condensati in un gesto che non ha bisogno di service audio, di droni, di dirette Facebook. Il mistero semplicemente accade. Senza troppe storie.
A pochi chilometri, le impalcature della dodicesima edizione della Passio Christi sono ancora tiepide. Duecentoquaranta figuranti. Ventimila spettatori. Sangue cinematografico. Torce nel buio della Murgia. Il tutto sponsorizzato, impacchettato e venduto come “l’evento che scuote l’anima.”
E intanto Mel Gibson, cattolico tradizionalista con simpatie sedevacantiste così spesse che ci potresti asfaltare una strada, arriva per girare il sequel della Passione di Cristo tra Matera, Gravina e Cinecittà, con cento milioni di dollari e la consulenza teologica di un arcivescovo che la Chiesa ha scaraventato fuori dalla comunione il 5 luglio 2024 per scisma.
Fatevi la domanda che vi brucerà la lingua: per cosa, esattamente, è morto Cristo? Per le luci di scena? Per l’indotto alberghiero? Per il post col cuoricino spezzato? Per questo fottuto “Marketing Territoriale” che ormai appioppate a qualunque cosa? No amici cari.
La risposta è la Messa. Quella cosa che dura circa un’ora la Domenica e che spesso vi annoia a morte. Quella roba lì. Che molti hanno dimenticato.
“Progettata più per le telecamere che per le persone”
Non sono io a dirlo. È Patrizia Z. una gravinese che vive a Bari, che ha portato un gruppo di amici per assistere alla Passio Christi e ha scritto su un noto social media quello che nessuno ha il fegato di dire: “Credo che la rappresentazione sia stata progettata più per le telecamere e fotografi che per le persone lì presenti per ore in piedi al freddo.”
Rileggetelo. “Più per le telecamere che per le persone.” Ecco il cortocircuito teologico in una frase. Cristo è morto per le persone, ma lo spettacolo sulla sua morte è fatto per le telecamere. Lo schermo gigante andava in differita di dieci minuti. L’audio portava a momenti diversi. La gente in piedi al freddo non capiva cosa stesse guardando. La Passione di Cristo ridotta a un problema di regia multicamera.
E poi, ed è qui che la faccenda precipita nel provincialismo grottesco, sotto il commento di Patrizia, si genera una vera e propria gazzarra, sembra il mercato del venerdì in zona fiera. La fiera delle Passioni concorrenti. “L’anno prossimo vieni a Bisceglie,” scrive uno. “Se puoi vieni a Ginosa sabato sera che è molto più bello,” rilancia un altro. “Anche quella di Minervino,” aggiunge un terzo. Questi poveracci si litigano la Passione di Cristo come se fosse la sagra della focaccia. “Io preferisco Ginosa per la panoramica della sua gravina.” “La nostra è itinerante, la vostra ha le voci registrate.”
Avete capito? La morte del Figlio di Dio è diventata una specie di gara tra sagre di paese. Cristo viene confrontato come i ristoranti su Google Reviews. “Quattro stelle, location suggestiva, peccato per l’audio in ritardo.”
Cristo non è morto perché voi possiate scegliere tra Gravina e Ginosa come tra due ristoranti. Cristo non è morto in differita. Cristo non ha avuto problemi di service audio. Cristo, sulla croce è morto nudo, perché era questa la pratica dei romani, la crocifissione doveva essere un’umiliazione massima, totale. E il supplizio di Cristo è andato oltre ogni rappresentazione teatrale, cinematografica. Questo, per ovvie ragioni, in Chiesa, nelle passio Christi, nelle lezioni di catechismo semplificato, non possono farvelo vedere.
Il problema teologico, per chi ha ancora LA CAPACITà DI CONTINUARE LEGGERE
San Tommaso d’Aquino spiega nella Summa Theologiae (III, q. 48) che la Passione salva l’uomo come sacrificio, merito, soddisfazione, redenzione e causa efficace. Cinque categorie. Tutte sacramentali. Nessuna di questa, come potete vedere, prevede telecamera, service, sponsor e autorità che parlano di presenze turistiche. Il Concilio di Trento (Sessione XXII) pianta il chiodo definitivo: la Messa non rappresenta la Croce come farebbe un teatro. La rende presente sacramentalmente. Lo stesso sacrificio. Non una copia. Non un tributo.
L’unico posto dove la Passione di Cristo accade davvero, qui e ora, non è una piazza con le transenne. È l’altare. È la consacrazione.
La Chiesa non ha mai condannato le sacre rappresentazioni, e sarebbe disonesto dire il contrario. Ma uno strumento devozionale è tale quando si subordina all’Eucaristia. Quando lo strumento diventa il fine. Quando la gente piange più al teatro che alla consacrazione, quando ventimila persone escono dalla piazza col cuore in fiamme e poi la domenica dopo non si alzano dal divano, è evidente che qualcosa si è rotto e le Chiese, sempre più vuote, lo testimoniano. Quando la morte di Cristo diventa una gara tra “quella di Ginosa è più bella” e “a Bisceglie si vede meglio”, siamo oltre il rotto. Siamo alla simonia emotiva mascherata da marketing territoriale.
Il bollettino di guerra DELLE FINTE VIA CRUCIS
In Brasile, 2012: il ventisettenne Tiago Klimeck si è impiccato per davvero interpretando Giuda a Itararé. La cintura di sicurezza gli è risalita intorno al collo. Ha penzolato quattro minuti prima che qualcuno capisse che non stava recitando. Anossia cerebrale. Morto dopo diciassette giorni di coma. Nelle Filippine, chiodi veri nella carne vera, in un delirio che persino i Vescovi locali hanno bollato come superstizione.
Jim Caviezel, il Cristo del primo film di Gibson: fulminato sul set, spalla lussata, trentacinque centimetri di cicatrice sulla schiena, polmonite, due interventi al cuore di cui uno a cuore aperto. L’ha definita “partecipazione mistica alle sofferenze del Signore.” No. È un incidente sul lavoro. La partecipazione mistica alle sofferenze del Signore si chiama Eucaristia. Si chiama carità. Si chiama digiuno e preghiera. Non si chiama “prendere un fulmine in testa sul set di un film da seicento milioni di incasso.”
Gibson, Viganò e il Cristo cinematografico dal sapor sedevacantista
Il 17 febbraio 2026, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, scomunicato per scisma dal Dicastero per la Dottrina della Fede, si è presentato sul set di Gibson e ha posato sorridente per i social. Variety conferma: fa il consulente teologico. TMZ, invece smentisce. Il suo ruolo non è ancora chiaro, ma resta la sua presenza sul set, quella è innegabile.
Gibson lo ha detto in faccia a Joe Rogan il 9 gennaio 2025: “Non aderisco alla chiesa cattolica post-conciliare.” Ha sostenuto la tesi Siri. Si è costruito una cappella tradizionalista privata. Ha chiamato la scomunica di Viganò “un distintivo d’onore.” Suo padre Hutton, morto nel 2020, era sedevacantista della prima ora e per non farsi mancare niente, negazionista dell’Olocausto. Joe Heschmeyer di Catholic Answers ha analizzato le dichiarazioni di Gibson e ha concluso che riproducono fedelmente gli argomenti del sedevacantismo. Chi rifiuta il Papa, il Concilio e la liturgia riformata sta, nei fatti, fuori dalla comunione cattolica.
Io mi chiedo, la brava gente che posta la Passio Christi col cuoricino, ed è felice che Gravina diventi set per Mel Gibson, cosa sa di tutto questo? Probabilmente, come al solito, nulla. Non sa che per Gibson il loro parroco non è un sacerdote, il loro vescovo non è un vescovo, il Papa non è il Papa. Che il Cristo di celluloide che li ha fatti singhiozzare nel 2004 è il prodotto di una teologia a suo uso e consumo.
L’unico evento che scuote l’anima
I discepoli di Emmaus non hanno riconosciuto il Risorto in uno spettacolo con problemi di audio. Non lo hanno riconosciuto in una diretta in differita di dieci minuti. Lo hanno riconosciuto nello spezzare il pane.
Non c’è bisogno di ventimila spettatori. Ne bastano due o tre, riuniti nel Suo nome (Matteo 18,20). Non c’è bisogno di location suggestive, né di scegliere tra la gravina di Ginosa e la Murgia di Gravina come tra due offerte su Booking.com. Basta una cappella. Una stanza. Una catacomba. I chiodi sono già stati conficcati dentro di Lui, una volta per tutte, e ogni volta che il sacerdote alza il calice quei chiodi trafiggono di nuovo il tempo e lo spazio e rendono presente in quel momento, in tutte le Chiese Cattoliche del mondo, l’intero mistero della redenzione. Senza differita. Senza commenti sui social media. Senza problemi di audio. Senza telecamere.
Cristo non è morto per le telecamere. Non è morto per l’indotto economico. Non è morto perché voi possiate litigare su Facebook se è meglio Gravina o Ginosa. CRISTO NON è MORTO PER FARVI RECITARE IL SUO CALVARIO.
Cristo è morto per darvi un altare. Quell’altare è la Messa. Andate a Messa. Fatelo nei giorni in cui è comandato, almeno. Fatelo in silenzio. Fatelo senza postarlo.
“Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga” — 1 Corinzi 11,26
I volontari della Passio Christi sono brava gente e meritano rispetto. Ma il rispetto non si manifesta col silenzio compiacente. I “fedeli” che si commuovono spesso sono sinceri: ma la sincerità senza dottrina è sentimentalismo, e il sentimentalismo non è fede, ti fa stare bene per un’ora e poi ti lascia esattamente dove eri prima. Se siete arrivati fin qui e vi siete arrabbiati, fatevi una sola domanda: l’ultima volta che avete tremato di commozione, era davanti a un palcoscenico o davanti al Santissimo Sacramento? Se la risposta vi mette a disagio, il problema non è questo articolo. Il problema è che avete sostituito l’altare con la platea.
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