Vincenzo martemucci

Blending creativity, data, and AI engineering.

Ovvero: come una guerra nel Golfo sta facendo quello che il buon senso non è mai riuscito a fare: toglierci dalle palle i turisti col volo a 19,99 euro.

Amici cari, con grande gioia, vi annuncio la fine del viaggettismo. Ma cosa è, di preciso, questo viaggettismo?

Si tratta di quel movimento culturale, o meglio “culturale”, nel senso piu degradato del termine, che negli ultimi dieci, quindici anni, ha trasformato il viaggio da esperienza formativa, ragionata, infrequente, in una nuova forma di consumismo sfrenato alimentata da voli a 19,99 euro, alberghetti e airbnb mezzi abusivi, ostelli della gioventu frequentati da quarantenni e un tripudio di selfie, in piazze, chiese, luoghi dei quali spesso si ignora il nome, figurarsi la storia.

Il turismo fatto di panini sulle scalinate, foto con la tazza di cartone di Starbucks in giro per il mondo e finta frequentazione di ristoranti di lusso a favor di Instagram, per far credere agli allocchi frequentatori che sia quello il livello “solo top” al quale si è abituati.

Il viaggettista è quello che va a Barcellona a vedere l’immondizia del centro storico. È quello che va a Berlino per la discoteca. È quello che va a Londra e torna raccontandoti della multiculturalità, come se fosse stato in missione antropologica e non a fare shopping su Oxford Street, quando in realtà ha solo rischiato di prendersi una coltellata. È quello che pronuncia “Charm el-Sheikh” con l’entusiasmo di chi ha scoperto Atlantide, quando in realtà ha scoperto un villaggio turistico nel deserto con l’animazione in italiano e la pasta scotta al buffet.

E poi c’è Dubai. Il Sacro Graal del viaggettismo italiano.

Dubai: una meta senza storia, senza cultura, senza niente che non sia stato costruito negli ultimi trent’anni con i soldi del petrolio e il lavoro semi-schiavile di operai del subcontinente indiano. Una città dove puoi sciare in un centro commerciale nel mezzo del deserto. Il tempio del pacchiano elevato a sistema urbanistico. E gli italiani, quelli che per decenni hanno rotto i coglioni dicendo “eh, l’America è pacchiana, è tutto esagerato,” dove trovano il loro paradiso? A Dubai. La città più pacchiana del pianeta Terra. L’incoerenza italiana elevata a biglietto aereo.

Dubai è diventata la patria dei fuffa-guru, degli scammer delle criptovalute, degli imbroglioni col Rolex falso e la Lamborghini a noleggio. E i viaggettisti italiani ci andavano in pellegrinaggio, come i loro nonni andavano a Lourdes, ma con meno dignità e più Instagram Stories.

Ecco: tutto questo sta finendo.

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, scoppiata il 28 febbraio 2026, sta facendo quello che il buon gusto non è mai riuscito a fare. Sta chiudendo i cieli. Sta bloccando gli aeroporti. Ha raddoppiato il prezzo del carburante. Ha messo a terra milioni di passeggeri.

I numeri sono biblici: oltre 70.000 voli cancellati, 14 milioni di passeggeri rimasti a terra, miliardi di euro di danni al settore aereo. British Airways ha sospeso i collegamenti con Abu Dhabi per gran parte del 2026. Cathay Pacific ha cancellato tutti i voli per Dubai fino a fine aprile. Volotea ha tagliato rotte in Italia, Francia e Spagna. Ryanair, la compagnia-totem del viaggettismo, quella che ha reso possibile l’intero fenomeno, ha lanciato l’allarme: se la guerra continua oltre aprile, tra il 10 e il 25 percento delle forniture di carburante potrebbe essere a rischio tra maggio e giugno. Michael O’Leary, l’uomo che ha venduto più biglietti a 9,99 euro di quanti panini siano mai stati mangiati sulle scalinate europee, ammette che la festa potrebbe essere finita.

Negli aeroporti italiani di Bologna, Linate, Treviso e Venezia sono scattate le prime limitazioni al carburante. La priorità va ai voli ambulanza, e ovviamente, ai voli di Stato. Per tutti gli altri, distribuzione contingentata. Due, duemilacinquecento litri per aeromobile. Finita la pacchia.

Il Financial Times parla della peggiore crisi del trasporto aereo dalla pandemia. E questa volta non c’è soluzione in vista. C’è uno Stretto di Hormuz bloccato e un presidente americano che dà le ennesime 48 ore di ultimatum con la delicatezza diplomatica di un ariete medievale.

E qual è l’aspetto positivo? Eccolo.

Il viaggettismo era un cancro. Era la riduzione del mondo a sfondo per selfie. Era la trasformazione di città millenarie in parchi a tema per turisti con lo zaino di Decathlon. Era Roma invasa da orde di stranieri in ciabatte che mangiano la pizza al taglio sui gradini di chiese del Cinquecento. Era Venezia ridotta a scenario per matrimoni di influencer. Era Barcellona, Lisbona, Amsterdam, Praga, tutte trasformate in succursali di un unico non-luogo globalizzato dove si beve la stessa birra, si dorme nello stesso Airbnb e si fotografa la stessa facciata senza sapere chi l’abbia costruita e perché.

L’ironia colossale è che gli stessi italiani che andavano a Dubai a fare i pagliacci sotto il Burj Khalifa potevano andare in località con storia, cultura, architettura. Non fondali partoriti dal marketing, invece, da venti anni a questa parte, scelgono puntualmente il pacchiano.

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Ma per andare nei luoghi con storia, cultura, serve un turismo lento. Non di massa. Serve preparazione, curiosità, rispetto. Tutte cose che il viaggettista medio non ha. Il viaggettista medio ha solo una carta d’imbarco Ryanair e un Instagram pieno di filtri.

Adesso gli esperti del settore (quelli veri, non i travel blogger con i denti sbiancati che rassomigliano alla ceramica del cesso) consigliano mete europee o mediterranee. Voli diretti e brevi, entro l’Unione Europea. Niente scali nel Golfo. Niente pacchetti complessi. Spagna, Portogallo, Grecia, Canarie, isole greche, Sud Italia, Baleari. In altre parole: il Mediterraneo. Quello vero. Quello che è sempre stato lì, a portata di mano, e che il viaggettismo ha sistematicamente ignorato perché non era abbastanza esotico per il feed.

E forse, dico forse, qualcuno riscoprirà che non serve attraversare mezzo pianeta per trovare qualcosa di bello. Che il mare più bello d’Europa ce l’hai in Puglia, in Sardegna, in Sicilia. Che la storia più affascinante del Mediterraneo ce sotto casa, nei posti dove cammini e sotto i piedi hai migliaia anni di civiltà stratificata. Non i centri commerciali nel deserto con la neve artificiale.

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Speriamo anche che la fine del viaggettismo colpisca in senso inverso. Che i viaggettisti stranieri che dall’estero infognano l’Italia, soprattutto Roma, dimuniscano. Che finisca anche per loro questa giostra malsana di trolley trascinati sui sampietrini, di Airbnb che hanno svuotato i centri storici, di code per un gelato da quattro euro che se va bene vale venti centesimi.

La guerra è una tragedia. Sempre. Non c’è nulla di buono in una guerra. Ma se un effetto collaterale di questa tragedia è la fine di un modello di turismo tossico, consumistico, vuoto, pacchiano e distruttivo, allora almeno una cosa buona la possiamo tirare fuori dal fango di questa immane tragedia.

Il viaggettismo è clinicamente morto. Lunga vita al viaggio vero. Quello lento, quello che ti cambia, quello che ti costringe a pensare, a capire, a rispettare. Quello che non si compra a pochi euro e non si racconta nelle stories.

Ciao cari amici, andate, e viaggiate sul serio.